Si parte per crescere. Si torna per costruire.

di Angelica Pellegrino

Una vocazione ereditata

L’architettura non è arrivata all’improvviso. Sono cresciuta in una famiglia in cui il costruito era una presenza costante: mio nonno impresario, mio padre ingegnere civile. L’edilizia era nell’aria, nei discorsi, nel modo di guardare le cose. Un terreno fertile, anche se per me ha preso una piega diversa rispetto a quella tecnica.

Da bambina disegnavo. Moltissimo. Soprattutto case, con tutti i dettagli che una mente curiosa riesce a immaginare, compresi i camini rigorosamente perpendicolari alla falda del tetto e non al terreno, come si vede nei disegni dei bambini. Ci hanno pensato mio nonno e mio padre a spiegarmi come funzionano le cose. Era una mente più artistica che tecnica, la mia, e mio padre lo aveva capito prima di me. Quando gli chiedevo consiglio su cosa studiare, mi diceva sempre: architettura, perché lascia spazio all’espressione, alla creatività. Aveva ragione.

Con il tempo il team si è allargato: mia sorella ha scelto di seguire le orme di papà in ingegneria, e oggi collaboriamo insieme su molti cantieri.

Gli anni di Torino

Ho studiato al Politecnico di Torino, e scelto la magistrale in Restauro e Valorizzazione del Patrimonio. Una scelta orientata fin dall’inizio: mi interessava lavorare sull’esistente, restituire qualità e senso agli spazi già costruiti, riportare in vita ciò che c’è già, perché spesso basta guardarlo con occhi diversi per scoprirne tutto il potenziale.

Torino mi ha dato molto. È una città a misura d’uomo, ricca di storia e di angoli inaspettati, con tutto quello che una grande città può offrire in termini di stimoli e opportunità. Mi ha insegnato come ci si muove nel mondo fuori da casa.

C’è un episodio che racconto spesso, perché descrive meglio di qualsiasi dichiarazione il tipo di professionista che sono diventata. Durante un laboratorio universitario, avevo scelto un corso dedicato alla riqualificazione di una borgata alpina. Per problemi logistici il corso è saltato, sostituito da un altro sulla riqualificazione di un isolato urbano di Torino. Nella delusione di quel momento ho capito qualcosa di importante: quello che cercavo non era solo il tema, era la scala. Volevo entrare nello spazio in cui le persone vivono davvero, dare attenzione all’appartamento, al dettaglio, alle scelte che sembrano secondarie e non lo sono mai. Non il piano tipo da replicare, ma il progetto pensato per quella persona, in quel contesto. Da lì ho capito dove volevo stare.

La scelta

Tornare era nel programma da sempre. Caratterialmente sono fatta così: ho bisogno di credere in quello che faccio, di portare avanti le mie idee con coerenza. Ho voluto buttarmi, vedere come andava. E mi sono detta: se non funziona, c’è sempre tempo per cambiare rotta.

Ma perché Bordighera, e non un’altra città? Perché questa è casa. E aveva senso investire proprio qui le energie e le competenze che avevo costruito altrove.

Una cosa che non mi aspettavo: credevo di tornare in un posto di soli locali, e invece Bordighera è un crocevia continuo di persone che arrivano da ogni parte del mondo. È una delle cose che amo di più del mio lavoro: capire i gusti, i riferimenti, i modi di ragionare di chi viene da contesti completamente diversi dal mio. Ogni cliente è un punto di partenza nuovo.

Bordighera, che non è solo “un paesino sul mare”

Bordighera è una città giardino, elegante e storica, che ha ospitato nel tempo personaggi illustri, dalla Regina Margherita al pittore Claude Monet. Ha vissuto il suo momento d’oro con un turismo raffinato e una vocazione internazionale che, in parte, è ancora lì, sotto la superficie.

A due passi c’è la Francia. Mentone la mattina ha qualcosa di unico, poi c’è Montecarlo con il suo lusso e il suo ritmo tutto particolare, i clienti che arrivano da ogni angolo del mondo, un’architettura che racconta un altro modo di intendere la città. È il posto più vicino, in termini di distanza, in cui si ritrovano in piccolo le opportunità e la varietà delle grandi città.

Salendo verso l’entroterra cambia tutto: muretti a secco, uliveti, un paesaggio che conserva le tracce di un’agricoltura ancora viva e di comunità che hanno scelto queste colline per la qualità di una vita diversa.

Vivere e lavorare qui ha i suoi pro e i suoi contro, e preferisco dirlo chiaramente. Il ritmo è lento, il territorio è bellissimo, il clima quasi sempre dalla tua parte. Ma le infrastrutture non sono quelle del nord Italia, i materiali e le novità di settore arrivano con più fatica e a costi più alti, e si vedono troppo spesso ristrutturazioni fatte al ribasso in contesti che meriterebbero ben altro. È una delle cose contro cui cerco di lavorare, progetto dopo progetto.

Fare architettura qui

Ogni progetto parte dalle persone. Prima ancora del contesto, del budget, dello stile, c’è la persona che mi racconta come vuole vivere quello spazio. Non esiste un mio stile da imporre: esiste un ascolto da fare bene, e poi una risposta progettuale che sia davvero su misura.

C’è una frase di Richard Rogers che sento molto mia: “Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente.” È il principio da cui parto sempre. Il bello viene dopo, come conseguenza naturale di scelte giuste.

Il contesto però conta, e in un territorio come questo parla forte. La luce, il rapporto tra interno ed esterno, i materiali, il paesaggio che entra in ogni apertura. Cerco sempre che l’architettura dialoghi con quello che la circonda, soprattutto sull’esterno, dove le scelte non riguardano più solo chi abita lo spazio ma il luogo intero.

Mi sono formata guardando Frank Lloyd Wright, la sua idea di architettura organica, l’edificio come organismo integrato con la natura e il paesaggio, forma e funzione che si fondono senza forzature. Una filosofia che in un territorio come questo trova un senso particolare.

Questo blog nasce per raccontare tutto questo: il lavoro, i materiali, le scelte, i processi. Un posto dove chi sta pensando a un progetto, grande o piccolo, possa trovare qualcosa di utile, e magari capire un po’ meglio con chi ha a che fare.

Benvenuta, benvenuto.

Angelica Pellegrino, Architetto
Bordighera, Riviera dei Fiori