La pietra che scegli:
da dove arriva?
di Angelica Pellegrino
Tutto inizia in profondità
Ogni roccia che vediamo oggi, sotto forma di lastra, di pavimento o di rivestimento, ha una storia che inizia nella crosta terrestre o nel mantello. Il magma è roccia fusa, ricca di gas, che si muove in profondità. Da lì in poi, a seconda di come si raffredda e dove, prendono forma tre grandi famiglie di rocce. Tre percorsi molto diversi che portano però allo stesso risultato: il materiale che alla fine entra nei nostri progetti.
Capire da dove viene una roccia non è un esercizio accademico. È il modo più diretto per sapere cosa ci si può aspettare da quel materiale: come reagisce all’usura, alla luce, all’umidità, a un attacco acido. La geologia, insomma, è già una scheda tecnica.
Le rocce ignee: tutto parte da qui
Le rocce che vediamo oggi hanno tutte origine dal processo igneo. Nascono dalla solidificazione del magma e si dividono in due tipi in base a dove questo processo avviene.
Le intrusive, o plutoniche, restano all’interno della crosta. Il raffreddamento è lento, gli atomi hanno tempo di organizzarsi, e il risultato è una struttura granulare ben visibile, compatta e cristallina. Il granito è l’esempio più classico: duro, resistente all’usura e all’abrasione, difficile da lavorare ma pressoché indistruttibile. Con lui, in questa famiglia, ci sono gabbri, dioriti, sieniti, porfidi e gneiss.
Le effusive, o vulcaniche, solidificano invece in superficie, portate fuori dalle eruzioni. Il raffreddamento è brusco, gli atomi non fanno in tempo a disporsi in modo ordinato e la struttura che si crea è amorfa, vetrosa, spesso con cavità sferiche. Il tipico prodotto di questo raffreddamento veloce è il vetro vulcanico, di cui l’ossidiana è uno degli esempi più noti. Tra i materiali che conosciamo in ambito costruttivo ci sono il basalto, usato spesso per pavimentazioni esterne, la pomice, leggera e porosa, il porfido per pavimentazioni esterne, e la riolite.
Una cosa difficile da digerire. Così difficile, che non gli scende affatto.
Quello che succede dopo ha un nome solo: vandalismo. Le Corbusier dipinge otto murales sulle pareti bianche della villa, quelle stesse pareti che Eileen aveva scelto con una precisione quasi maniacale, consapevole che il bianco non è un’assenza ma una scelta. I murales sono colorati, pesanti, con riferimenti espliciti alla bisessualità di Eileen e alla sua storia con Badovici. Si fa fotografare nudo mentre li esegue. Non è un omaggio, non è un dialogo tra colleghi, non è nemmeno provocazione artistica. È un uomo che non riesce a sopportare di essere stato preceduto, e sceglie il modo più meschino possibile per lasciare il segno su qualcosa che non gli appartiene.
Le rocce sedimentarie: pazienti e stratificate
Le rocce ignee, una volta in superficie, sono esposte agli agenti atmosferici: si erodono, si frammentano, vengono trasportate da acqua, vento e ghiaccio, e si depositano altrove. Da qui nascono le rocce sedimentarie, dall’accumulo di detriti, frammenti, resti organici e minerali in soluzione. Si dispongono in strati sovrapposti, uno più antico dell’altro man mano che si scende, in un processo che in geologia si chiama sedimentogenesi.
Il processo si articola in quattro fasi: erosione, trasporto, sedimentazione e diagenesi, quella trasformazione fisico-chimica che compatta e cementifica i sedimenti sciolti in roccia compatta. Sono le uniche rocce a contenere fossili, e questa sola cosa le rende già straordinarie.
Si dividono in clastiche, che nascono da frammenti di rocce preesistenti (l’arenaria ne è l’esempio più diffuso), chimiche, dove è la precipitazione chimica a fare il lavoro (il travertino, estratto storicamente nel Lazio vicino alle sorgenti termali, è la più nota), e organogene, formate dai resti di organismi animali o vegetali, come i calcari organogeni e le selci.
In architettura le sedimentarie sono ovunque: dall’arenaria usata come pietra da taglio e rivestimento, al travertino che caratterizza secoli di architettura romana, ai calcari che compaiono nelle murature tradizionali di tutta Italia.
Le rocce metamorfiche: quando la pressione trasforma tutto
Le rocce metamorfiche sono rocce ignee o sedimentarie che hanno subito una trasformazione profonda della loro struttura cristallina. I responsabili sono due fattori: temperatura e pressione. A seconda di come si combinano, si hanno diversi tipi di metamorfismo.
Quando aumenta la temperatura nelle vicinanze di un magma in consolidamento, le rocce a contatto si trasformano per calore: è il metamorfismo di contatto, ed è così che i calcari diventano marmi e nascono i calcefiri. Quando invece è la pressione a dominare, nelle zone investite dai grandi processi orogenetici, si parla di metamorfismo dinamico: le pressioni trasformano argille in ardesia e calcari in marmo. Esiste poi il metamorfismo di carico, dove è il peso degli strati sovrastanti, accumulato nel tempo, a innescare la trasformazione degli strati più profondi.
Il ciclo delle rocce: un percorso senza fine
Il mondo delle rocce è curioso, segue un percorso circolare. Le tre famiglie non sono categorie fisse ma stazioni di un viaggio continuo, e dura da quando esiste il pianeta.
Vale la pena fermarsi un momento su questo. La lastra che stiamo per scegliere per il bagno o per la cucina ha probabilmente tra i 30 e i 300 milioni di anni, a seconda della sua origine: i graniti tendono a essere tra i più antichi, i travertini i più recenti sul piano geologico, con deposizioni che in alcuni casi risalgono a poche decine di migliaia di anni fa. Stiamo scegliendo materiali che hanno attraversato ere geologiche intere. Non è un dettaglio da poco.
Nel mondo dell’architettura e del design questi materiali vengono classificati in modo diverso rispetto alla geologia, con categorie commerciali che raggruppano rocce di origini anche molto diverse sotto nomi comuni come marmo, granito, travertino o pietra.
Due linguaggi che parlano della stessa cosa, ma con logiche differenti. Ed è da lì che ripartiremo nel prossimo articolo.